Poesia Visiva

Lucia Marcucci

lucia marcucci opere, quotazioni , stime

L'astrattismo

Alvaro Monninio

alvaro monnini opere, quotazioni , stime
Flag Counter

Romano Costi

 

Sul minuscolo e leggiadro ponte Malvasia (il nome evoca lo spirito arguto nonché lo spumeggiare dei bianchi e deliziosi vini della Marca Trevigiana) in vicolo Trevisi ondeggia la "frasca" scultorea dello studio di Romano Costi; un'elegante e monumentale "Tuffatrice" bronzea si presta a gettarsi nelle acque dei "Buranelli" in Treviso, verdi e limacciose, ma che scorrono rapide ed impetuose tra le antiche case trevigiane, da far sembrare il luogo un frammento di una Venezia lagunare non turistica, incontaminata.
Qui lo scultore, maestro del ferro, medaglista, disegnatore, raccoglitore di oggetti ha realizzato gran parte delle sue opere e continua a crearle con quello zelo che mescola la sapienza artistica di matrice artigianale (la grande tradizione veneta e veneziana) con l'ironia, la umoralità dell'uomo di mondo che tanto ha viaggiato e che tanto ha vissuto con quella volontà onnivora di conoscenza d'arte e di gente, peculiarità degli artisti veneti del Novecento a partire da Gino Rossi.
Esiste, a prima vista, nella produzione di Costi, una sorta di eclettismo scultoreo, che si giustifica da un lato con la necessità dell'artista di cimentarsi con le tecniche del passato e dall'altro di verificare quanto della tradizione può servirgli per estrarre del nuovo, dell'originale e perfino dell'inusitato e dell'insolito. Tutte queste esperienze hanno portato, oggi, Romano Costi ad una professionalità sicura, ad una padronanza dei mezzi espressivi, addirittura spavalda, con una monumentalità sempre più copiscua che irrompe nello spazio pubblico e privato con una sorta di violenza esibitiva.
La scultura non è per l'artista trevigiano un'interazione con lo spazio, bensì un'imposizio - ne / prevaricazione dell'uomo sulla natura, in qualche modo lacerata dalle vistose tracce di sé, lasciate nel mondo. Si potrà accepire che molte delle sue opere monumentali rieccheggiano i grandi maestri del passato: l'astrazione di Brancusi, la frammentazione cubista di Archipenko, il primitivismo di Arturo Martini e di Marini, gli archetipi muliebri della "mater matuta" delle civiltà mediterranee, le forme arcaizzanti di Arp, Viani (Alberto), Moore, nonché certe reminescenze di "antiscultura" di Giacometti e ancora esperienze dadaistiche e surreali; ma tutta questa summa di repertori iconografici e formali riescono, e spesso con esiti felici, a trasformarsi nelle mani di Costi, in un quid di nuovo e di originale che ci coinvolge e ci affascina.
Ed esiste, poi a ben guardare, anche una coerenza stilistica, pur nella complessità dei riferimenti novecentisti. Se prendiamo in esame i primi bassorilievi in argilla (che sono, per certi aspetti ancora esercizi scolastici risalenti agli anni 1960/1962, come quello databile al 1960/1962 raffigurante un gruppo di ignudi femminili bagnanti) ci accorgeremo che il plasticismo rivela aspetti di pittoricismo in cui la tradizione antica si sposa con il recupero della figura del Novecento; e, tuttavia, agli anni Sessanta appartengono anche opere di sperimentazione non prive di efficacia e di resa come "Il lavoro": uno "still-life" in bronzo del 1964 che insieme allo studio di "Natura morta" (pure in bronzo e dello stesso anno), rivela una attenta lettura, da parte dell'artista, di specifiche esperienze linguistiche che vanno dalle metafisica al nouveau-rèalisme e con un occhio implicitamente ammiccante, rivolto alla rivisitazione del Dada storico (Man Ray e i Ready-Made).
Al limite dell'astrazione è poi la "Le pendu", un piccolo bronzo del 1965 di grande efficacia espressiva dove Costi, pur rimeditando la lezione di Arturo Martini nella semplificazione del mezzo scultoreo, spinge il modellato ad una essenzializzazione, più della concettualità grafica che delle forme volumetriche. Ed è infatti il valore segnico a prevalere sulla plasticità dei volumi nei bassorilievi in bronzo a cera persa come "Città viva", "Spazio", entrambi del 1980 e "Pensiero" del 1981.
Qui l'indagine della scomposizione dei piani si mescola a citazionismi addirittura di ricordo leonardesco, come fossero pagine del codice Atlantico, là dove le scritture riportate interagiscono con le immagini figurative ed astratte, tutte condotte in superficie a creare, anche, un effetto di trompe-l'oeil, non in chiave realistica, bensì in un'accezione tutta simbolica di sicuro effetto.
Con gli anni Ottanta, la scultura di Costi si avvia ad una monumentalità di recuperi formali più sostanziosi, più volumetrici che trovano espletamento in una delle sue opere più riuscite, e certamente, tra le più famose. Si tratta de "La pensatrice": una fusione in bronzo (cm. 140 x 90 x 80) del 1983, eseguita, successivamente in dodici esemplari che rappresenta un "ritorno", per così dire, "purista" (se non classicista) nella sua produzione. È abbastanza scontato affermare che l'opera, in quella posa elegante della donna piegata in avanti e con la testa chinata fra le gambe, estremamente levigata e "pura", possa farci rimemorare esperienze del primo Novecento, ma l'artista è riuscito a coniugare, abilmente l'elemento ad naturam con quello strutturante di una forma ovoidale, evocando simbologie arcaizzanti.
Questa capacità di sintesi tra antico e moderno, tra concettualità e realtà e, ancora, tra forma chiusa e forma aperta, è una delle conquiste più alte raggiunte dal linguaggio scultoreo di Costi. Così "Maternità" del 1985 (bronzo a cera persa, dorato) e la bellissima terracotta che non è preparatoria della scultura in bronzo, ma un equivalente (e forse con un maggior esito espressivo) dello stesso anno, aldilà degli evidenti richiami alla scultura cubo-futurista, rievoca, piuttosto, certe forme di Ernst Barlach (1870-1938) e di un primitivismo simbolico, accattivante.
Forme "dolci", come ammorbidite da un plasticismo pittorico, si alternano alla fine degli anni Ottanta con le altre, invece, fortemente silhouettate (manichini) tendenzialmente bidimensionali e come "ritagliate" entro il bronzo. È il caso di quel monumentale gruppo "Incontro senza tempo" (1985, con versioni replicate, collocate in Sardegna, New York, Vicenza) formato da cinque gigantesche statue che nella stilizzazione geometrica appaiono emblematiche e totemiche di una realtà mitica; esse catturano la nostra attenzione per quel rimando ad una dimensione onorica e metafisica di cui siamo alla disperata ricerca nella nostra società contemporanea! E se "L'uomo in marcia" (1987) recupera il totemismo, mediato dall'influenza dell'opera giacomettiana, con "La ballerina" (o la ginnasta degli anni 1987/1988) siamo di fronte ad un'opera di straordinaria forza evocativa; slanciata e quasi affusolata e duttile silhouette recupera, pur nella stilizzazione, formule ondulate e morbide in cui l'immagine virtuale della danza assume un valore memoriale di grande pregnanza simbolica.
Del 1990 è il grande gruppo "Composizione" (alto ben quattro metri) in cui ritornano le forme smussate alla Moore che richiamano in causa il principio di una germinazione organica come già aveva realizzato nella "Sacra famiglia" del 1987; e non si tratta di una aggregazione di parti, bensì di una proliferazione da un unico "motivo", quello della curva sensuale senza soluzione di continuità. Analogo, infine il bozzetto preparatorio in gesso per una scultura-simbolo, "Omaggio a Pitagora" del 1991.
Una scultura dunque, quella di Romano Costi, degna della migliore modernità europea, quella di un'artista e di un uomo che, dopo aver riflettuto sulle avanguardie, le ha recuperate con quella capacità di cogliere anche nell'astrazione e nel gioco geometrico le matrici continue ed eterne di un sentimento della forma.